Cosa fa Google Analytics (e perché lo usano tutti)

Prima di metterlo in discussione, mettiamo le cose in chiaro: Google Analytics fa un mestiere vero, e quando è l’unica cosa che hai è comunque meglio di niente. Serve a sapere quante persone arrivano sul tuo sito, da dove arrivano, quali pagine guardano e cosa fanno prima di andarsene. Senza un minimo di misura navighi al buio e firmi assegni alla cieca.

Lo hai messo per tre motivi sani: è gratis, lo conoscono tutti, e chiunque ti tocchi il sito (l’agenzia, il ragazzo della grafica, il cugino che “ci capisce”) sa metterci il codicino di Google. In pochi minuti hai un pannello pieno di grafici e ti senti, finalmente, con i numeri in mano. Per anni questo è bastato, e per moltissime aziende è ancora l’unico strumento di misura che esista.

Questo è il punto da cui partiamo: avere Google Analytics è meglio che non avere niente, e installarlo è stato giusto. Il punto non è se serve misurare. Serve. Il punto è un altro, ed è il motivo per cui sei finito su questa pagina: cosa ti sta misurando davvero quel pannello, e a quali condizioni.

Google Analytics manda i dati oltreoceano, e questo è un problema GDPR

Cominciamo dalla parte che ti tiene sveglio: la conformità. Quando un visitatore apre il tuo sito, Google Analytics raccoglie informazioni su di lui (indirizzo IP, comportamento, identificatori) e le manda sui server di Google, che storicamente girano anche negli Stati Uniti. Per il GDPR trasferire dati personali di cittadini europei fuori dall’Unione, senza le giuste garanzie, è un terreno minato.

Non è teoria da convegno. Tra il 2022 e il 2023 il Garante per la protezione dei dati personali italiano si è pronunciato su Google Analytics e ha messo nero su bianco che, nelle configurazioni standard di allora, l’uso del servizio non era conforme proprio per quel trasferimento di dati verso gli USA. Da allora il quadro si è mosso (è arrivato un nuovo accordo tra Europa e Stati Uniti, sono cambiate le versioni dello strumento) ma il messaggio di fondo per un imprenditore resta semplice: Google Analytics non è una casella che spunti e dimentichi. È un trattamento di dati personali, va configurato come si deve, va dichiarato nella tua informativa, e va appoggiato a un consenso raccolto bene.

Il problema pratico è che quasi nessuno lo ha messo a norma davvero. Il codice è lì da anni, magari prima del banner dei cookie, magari acceso anche per chi al tracciamento ha detto no. E un trattamento fatto male non è un dettaglio formale: è la cosa che, il giorno in cui qualcuno controlla o un cliente si lamenta, ti trovi a dover spiegare senza una risposta pronta.

Non hai un problema con Google. Hai un problema con un trattamento di dati che è acceso da anni e che non hai mai messo davvero in regola.

Ed è qui che parte la reazione sbagliata più comune. C’è chi, sentito parlare del Garante, va nel panico e stacca tutto, restando senza misura. E c’è chi fa spallucce, “tanto controllano solo i grandi”, e tiene un castello che evita di guardare troppo da vicino. Sono due modi diversi di non risolvere il problema. La via di mezzo onesta è un’altra: sapere esattamente a che punto sei, e sistemare il trattamento invece di subirlo o ignorarlo. Lo stesso lavoro di centralizzazione e messa a norma dei dati che ho fatto per Zone Riflesse, dove sei archivi sparsi su computer personali sono diventati un database unico con un registro di chi tocca cosa, parte sempre da lì: prima sai dove sei, poi sistemi.

Ma la conformità è solo metà della storia. Perché anche se domani il GDPR sparisse per magia, Google Analytics da solo continuerebbe ad avere un secondo problema, di cui nessuno ti parla.

Anche a norma, Google Analytics è cieco su una fetta dei tuoi visitatori

Mettiamo che tu lo abbia configurato alla perfezione, consenso incluso. Resta il fatto che Google Analytics lavora dentro il browser di chi ti visita, e il browser, negli ultimi anni, si è riempito di muri.

Il primo muro sono gli adblock e le estensioni anti-tracciamento: una parte dei visitatori naviga con uno scudo che spegne Analytics prima ancora che si accenda. Il secondo sono i limiti sui cookie, che i browser cancellano o accorciano: il segnale si tronca a metà strada e la stessa persona viene contata come tre visitatori diversi. Il terzo è iOS: da quando Apple ha messo l’utente al centro, una fetta di quello che succede sui telefoni non viene proprio registrato. Il quarto è il consenso negato: chi dice no, giustamente, non viene misurato, ed è giusto così.

Il risultato lo conosci anche se non l’hai mai chiamato così. Guardi Analytics e vedi un certo numero di visite e di contatti. Apri il gestionale e di clienti veri, a fine mese, ne conti di più. Quelli in mezzo sono passati, hanno comprato, ma il pannello non li ha mai visti arrivare. Per le tue decisioni quei clienti non esistono: e una decisione presa su metà dei dati è una scommessa travestita da analisi.

Tradotto sul portafoglio: stai giudicando dove arriva il tuo fatturato leggendo un report che, per costruzione, ne vede solo un pezzo. Alzi il budget su un canale che sembra rendere poco e magari era il migliore. Tagli su uno che sembrava fermo e ti portava clienti che Analytics non vedeva. Il problema non è la campagna. È il contatore.

Il modo più rapido per dirlo: Google Analytics ti mostra quello che il browser gli lascia vedere; un tracciamento fatto bene ti mostra quello che è successo davvero. Lo si ottiene spostando la misura dal browser ai tuoi server: è il tracciamento server-side, e gira a casa tua, dove nessuno può intercettare il dato tra il visitatore e te.

Cosa ti dà Analytics da solo, e cosa gli manca

Google Analytics da soloMisura completa e a norma
Dove gira la misuraNel browser del visitatoreSui tuoi server, in più del browser
Quanto vedeSolo chi non è bloccato da adblock, cookie, iOSAnche i segnali che il browser perde per motivi tecnici
Dove finiscono i datiSui server di Google, storicamente anche negli USAPassano prima dai tuoi server, sotto il tuo controllo
Conformità GDPRDa configurare a mano, spesso lasciata indietroA norma dall’inizio: informativa, consenso, registro
Consenso negatoVa rispettato (spesso non lo è)Rispettato sempre, nessuna scorciatoia
Di chi è il datoVive in un pannello a cui accedi finché c’è l’accountTuo, sui tuoi sistemi, esportabile quando vuoi
Cosa misuraIl click, finché il browser lo concedeCosa diventa quel click, fino al cliente vero

Letta così, sparisce la domanda sbagliata (“devo togliere Google Analytics?”) e resta quella giusta: sto decidendo su dati completi e raccolti a norma, o su un pannello parziale che per giunta non ho mai messo in regola?

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Prima di decidere se togliere o sistemare, scopri a che punto sei davvero: il voto GDPR del tuo sito in pochi minuti, gratis e senza carta di credito.

Misurare male ti costa due volte: in budget sprecato e in esposizione

Tenere Google Analytics da solo, così com’è, ti presenta il conto da due lati nello stesso momento.

Dal lato dei soldi: ogni decisione di marketing che prendi guardando quel pannello è presa su dati incompleti. Sposti budget al buio, premi i canali sbagliati, tagli quelli giusti. Non perché tu non sappia leggere i numeri, ma perché i numeri che leggi raccontano metà partita. E un’agenzia brava, che fa un mestiere vero e ti porta acqua pulita ogni mese, lavora peggio se gli passi un report bucato: riempie a fatica una piscina che perde dal fondo.

Dal lato del rischio: hai un trattamento di dati personali acceso, dichiarato male o non dichiarato, magari attivo anche per chi non ha acconsentito. Finché nessuno guarda, non succede niente. Ma il GDPR non è una cosa che “speri non capiti”: è un dovere che hai già adesso, ogni giorno che quel codice è acceso. E un cliente arrabbiato che fa una segnalazione costa molto più di mezza giornata spesa a mettere le cose a posto.

Qui Google Analytics smette di essere un argomento da addetti ai lavori e diventa un pezzo del tuo backend operativo. Il principio è lo stesso che applico ovunque: il dato vive in un posto solo, tuo, misurabile e raccolto a norma. È il filo che collega le campagne dell’agenzia alla marketing automation che lavora i contatti, e ai numeri che escono puliti dall’altra parte. Non un report più bello: un sistema dove il dato non si perde, e non ti espone, tra un pezzo e l’altro.

La domanda non è “Google Analytics sì o no”. È: oggi sto pagando le decisioni di un pannello che vede metà e che non ho mai messo in regola?

Cinque domande oneste sul tuo Google Analytics

Non serve una consulenza da migliaia di euro per capire se il tuo Analytics è un problema. Bastano cinque domande.

  1. Il tuo Google Analytics si accende prima o dopo che il visitatore ha dato il consenso ai cookie, e lo sai con certezza, o lo speri?
  2. Nella tua informativa privacy è scritto, in chiaro, che usi Google Analytics e cosa comporta?
  3. I contatti e i clienti che vedi nel pannello tornano, come numero, con quelli che vedi nel gestionale a fine mese?
  4. Sai dire, per ogni cliente chiuso questo mese, da quale canale è arrivato davvero, o lo intuisci e basta?
  5. Se domani un cliente ti chiedesse “che fine fanno i miei dati quando apro il tuo sito?”, avresti una risposta pronta?

Se a queste domande hai risposto con un sospiro, non sei nei guai: sei nella situazione di quasi tutte le PMI italiane. La differenza la fa misurare con precisione dove sei, invece di tirare a indovinare. E questo lo puoi fare adesso, da solo, in pochi minuti.

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Rispondi a poche domande sul tuo sito (Google Analytics, banner dei cookie, informativa, consenso) e in pochi minuti hai un voto chiaro su quanto sei a norma e dove sei scoperto. Niente gergo da avvocato, solo dove intervenire per primo.

Inserisci i dati e parti. Senza carta di credito. Il risultato lo salvi nella tua Officina con la sola email, se vuoi tenertelo.

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Il voto è il punto di partenza. Dice dove sei oggi; cosa farne, lo decidi tu.

Le domande che ti stai facendo adesso

Google Analytics è illegale in Italia?

No, non è “illegale” in assoluto. Il punto sollevato dal Garante riguardava il trasferimento dei dati verso gli Stati Uniti nelle configurazioni standard di allora. Da allora il quadro normativo si è mosso. Resta vero che Google Analytics è un trattamento di dati personali: va configurato a norma, dichiarato nell’informativa e appoggiato a un consenso raccolto bene. Il problema non è lo strumento, è usarlo senza metterlo in regola.

Devo togliere Google Analytics dal mio sito?

Non per forza. Toglierlo e basta ti lascia senza misura, che è peggio. Il punto è metterlo a norma (consenso, informativa, configurazione) e affiancargli una misura che vede anche quello che lui perde. Prima però conviene sapere a che punto sei: lo togli o lo sistemi a ragion veduta, non nel panico.

Perché si dice che Google Analytics da solo non basta?

Per due motivi che vivono insieme. Primo, lavora nel browser del visitatore, dove adblock, limiti sui cookie e iOS gli nascondono una fetta di quello che succede: vede metà partita. Secondo, manda i dati fuori dall’Unione, quindi va trattato come una questione di conformità, non come un interruttore da accendere e scordare. Completo e a norma sono due cose diverse, e da solo Analytics fatica su entrambe.

Qual è l’alternativa a Google Analytics per essere a norma?

Non è questione di cambiare un pannello con un altro. La strada solida è spostare la misura dal browser ai tuoi server, il tracciamento server-side, così il dato passa da casa tua, lo controlli, lo tieni a norma dall’inizio e vedi anche quello che il browser perde. Puoi tenere Analytics come vista d’insieme e costruirci sotto una misura tua, completa e tua per davvero.

Chi mi garantisce quanti dati recupero con una misura migliore?

Nessuno serio te lo promette prima di aver guardato il tuo sito. Dipende da quanto pubblico usa adblock o iOS, da com’è messo oggi il tuo tracciamento, dal tuo settore. Chi ti spara una percentuale prima di misurare ti sta vendendo una promessa, non un dato. Il primo passo è sempre misurare lo stato attuale, non firmare una cifra.

Da dove inizio, senza impegno?

Dagli strumenti diagnostici gratuiti: misuri il voto GDPR del tuo sito e lo stato del tuo tracciamento in pochi minuti, senza carta di credito e senza parlare con nessuno. Poi, se ha senso, ne parliamo.

Puoi continuare a decidere su un pannello che vede metà e che non hai mai messo in regola. Oppure puoi sapere, con un numero, esattamente a che punto sei.

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La maggior parte degli imprenditori che mi scrive non ha un problema con Google. Ha un problema con un trattamento di dati acceso da anni e mai sistemato, e con decisioni prese su numeri parziali credendoli completi.

Cambiare strumento di analisi non lo risolve, perché il buco non è nello strumento: è nel modo in cui misuri e in come tratti i dati di chi ti visita. Lo risolve sistemare la conformità e spostare la misura dove nessuno te la può toccare: dato tuo, completo, raccolto a norma dall’inizio.

Non ti chiedo di firmare niente e non ti chiedo di credermi. Ti chiedo di guardare il voto GDPR del tuo sito, gratis, in pochi minuti. Se quello che vedi ti suona familiare, andiamo avanti. Se non fa per te, chiudiamo qui senza rancore.

Google Analytics ti mostra quello che gli lasciano vedere. Adesso scopri quanto ti sta nascondendo, e a che prezzo!

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